Deus sive natura?

L’intervento dell’altro ieri di Benedetto XVI si segnala, al di là dei riferimenti contingenti, per l’importanza di taluni passaggi che toccano in profondità paradigmi fondativi della cultura religiosa stessa.
Fa spicco la considerazione che agli umani competa la “buona gestione” della natura non potendo essi assoggettarsi al dominio della tecnica. Ancor più dirimente suona l’altra, per cui “diventa necessario rivedere totalmente il nostro approccio alla natura” che non è da intendersi come spazio da sfruttare o ludico bensì come luogo natale – e dunque casa – degli umani stessi. E giova ricordare che il termine “ecologia” oggi in voga, è un composto il cui primo elemento deriva dal greco “oîkos”, che propriamente significa casa, abitazione.
Il papa ha inoltre richiamato “l’alleanza tra l’uomo e la natura” come elemento costitutivo di una nuova “arte di vivere” e ha invitato a interrogarsi sul “giusto posto della tecnica”, i prodigi dei quali essa è capace “vanno di pari passo con disastri sociali ed ecologici”. Particolarmente allarmante, sotto un tale profilo, è la tecnica che domina gli umani con l’orgoglio che genera e che ha prodotto un “economismo inflessibile” e un edonismo che induce soggettivamente ed egoisticamente i comportamenti sociali.
Banalizzare qui in due parole, per sintesi schematica, la proiezione culturale di tali passaggi, sarebbe disagevole e imbarazzante. Mi limito quindi a giustapporre, a titolo meramente comparativo, la narrazione di cui in Genesi 1,26-1,28 (versione C.E.I.).
1,26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
1,27 Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.
1,28 Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».

Quale concezione antropocentrica e suprematista ne trasse lo yahwismo è cosa nota. Come nota è l’eredità condizionante che, con sfumature composite, ne venne al cristianesimo. La dottrina del “progresso illimitato” (rectius: del miglioramento illimitato di cui lo scorrere progressivo del tempo costituisce di per se stesso il vettore) assistito dall’avanzamento inarrestabile della tecnica che è espressione degli umani medesimi in quanto dominatori designati del mondo, ne è una delle risultanze.
I frutti avvelenati che ne sono derivati, fino all’asservimento economicista dei rapporti sociali, hanno storicamente tratto alimento dal disprezzo noncurante della natura, considerata a volte estranea, a volte addirittura malvagia e nemica: una sorta di fastidioso impedimento allo svolgersi delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Hanno cioè tratto alimento dalla negazione attiva del suo carattere divino, così come apertamente celebrato nelle religioni antiche e in alcune sopravvissute dell’oriente, in quanto fattore di arricchimento spirituale.
Non è da pensare che Benedetto XVI abbia voluto rimettere estemporaneamente in causa, con un breve discorso, riferimenti ormai consolidati, in qualche modo, nel patrimonio stesso della religione che capeggia. Rilevante, nondimeno, resta il significato delle sue affermazioni, che sicuramente non sono state buttate lì a caso.
MS

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