Matrimonio busone: arma di distrazione di massa (2)

Il matrimonio storicamente non è stato una sanzione formale all’affettività tra persone, ma per lo più un connubio di potere e/o d’affari tra famiglie di alto come di basso lignaggio. Lo sposarsi per amore, escogitazione della più recente modernità, attiene a un mito che per alcuni decenni dello scorso secolo, sull’onda lunga dell’emancipazione femminile, qualche generazione di bravi ragazzi ha coltivato con ammirevole dedizione e ingenuità. Salvo scoprire, per esempio, poi le ipocrite delizie della cosiddetta “famiglia allargata” agli ex coniugi e ai relativi figli di vario letto. Il matrimonio, lungi dall’essere oggi una colonna portante dell’equilibrio sociale, è tornato a essere in altra forma una sorta di affare col quale soltanto, stante l’attuale legislazione, diviene possibile assicurare certi beneficio a una persona alla quale in un certo momento si tiene. Ha detto molto bene Vasco Rossi, si parva licet componere magnis, quando recentemente e contrariamente alle sue stesse convinzioni ha dovuto addivenire al matrimonio, che ha saggiamente definito “un atto puramente tecnico e necessario per dare a Laura gli stessi diritti dei miei tre figli“.
Il problema che Vasco Rossi ha efficacemente rappresentato in due parole è autentico, e sta a monte dell’istituto matrimoniale stesso, sta – principalmente – nel profilo familistico-restrittivo di branche essenziali del diritto. In un paese dove per esempio non è permesso diseredare un figlio coglione, al quale è garantito – qualunque cosa accada – il privilegio della quota c.d. “legittima” di eredità dei beni di un genitore, dove per esempio l’imposta ereditaria la pagano tutti coloro che non siano familiari stretti del de cuius, dove ai funerali di Stato, come anche spesso nell’assistenza del ricovero ospedaliero, non sono ammessi i conviventi di coppia e dove addirittura il coniuge divorziato a certe condizioni può avanzare pretese sulla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto, è evidentissimo che nessuno sia libero, è evidentemente un paese dominato da un’ipocrisia disgustosa quanto retriva, di prevaricazione della volontà personale in privilegio del vincolo formale o del casuale vincolo “di sangue”.
Se a qualcuno piace giacersi con persone del proprio stesso genere è, infine, fatto privato che a me non disturba anche se ne riconosco, contestualizzando, le implicazioni non necessariamente positive d’impatto culturale e sociale. Se altri decide di dare a persone del proprio stesso genere il beneficio di un’eredità o di una pensione o di affidare a esse l’assistenza di sé nei momenti critici, non si vede perché tutto ciò dovrebbe andare sotto presupposto di contratto matrimoniale. E naturalmente non se ne vede il perché qualora le persone di cui si tratta siano dell’altro genere. Ma di più: in un caso come nell’altro, nemmeno si vede il perché dette persone debbano essere per forza vincolate affettivamente; forse che non potrebbero essere semplicemente amiche? Ecco, nel liberalismo totalitario ributtante e ipocrita a vocazione familistica la libertà fondamentale di poter disporre di sé e delle proprie cose è negata in radice. In compenso, si bercia non senza sguaiatezza, e artatamente si fa un sacco di baccano attorno a una puttanata, anzi a una lite tra comari come nell’assemblea pidista del 14 luglio.
MS
(fine – la prima parte è di oggi 31 luglio 2012)

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